A Passo d'Uomo Stampa E-mail

 
a passo d'uomo - copertina  A passo d'uomo

Prezzo 12 Euro

Anno 2007, Pagg. 132

Antolini Editore










Una manciata di giorni di pellegrinaggio sulle montagne sono il pretesto per raccontare e raccontarsi. I giorni si susseguono ed i pensieri si intensificano senza posa, come il fluire di un torrente. Sullo sfondo boschi, rocce, ghiacci sembrano osservare impassibili lo svolgersi del cammino. I luoghi geografici, le difficoltà, l'incontro-scontro con l'ambiente naturale stimolano un cammino interiore nelle geografie dell'anima. Il viandante cammina dentro di sé e propone riflessioni montane per l'uomo moderno, indica possibili direzioni, suggerisce una ricerca faticosa ma necessaria. Questo non è un libro che si colloca facilmente in una categoria precisa. Non è solamente un romanzo, un reportage, un saggio o un diario. Il Parco Naturale Adamello Brenta racchiude come un guscio protettivo la valle natia dell'autore. E' il terreno naturale per questa camminata solitaria. Percorrendone i confini e salendo sulle sue cime più belle il viandante ha trovato lo spunto per riflettere intorno alla natura e all'uomo.




Alcuni brani tratti dal libro

Ognuno vive la propria vita come vuole ed ha il diritto ma anche il dovere di gestire la propria vita nel modo che crede più giusto per sé, senza dimenticare però che esiste per ognuno di noi anche un destino e di conseguenza nessuno può scegliersi la vita che vorrebbe.
È questo diritto/dovere che determina la misura della nostra libertà e di quella di tutti gli altri. Esercitare la propria libertà non è un semplice diritto, piuttosto si tratta di un autentico dovere verso il mondo e verso se stessi.
Libertà forse non è, come comunemente si crede, il poter fare tutto ciò che si vuole fare, piuttosto è poter fare tutto ciò che si deve fare, perché il significato stesso della libertà è legato al principio della responsabilità e della coscienza. Solo conoscendo se stessi ed il proprio ruolo nel mondo si può sperare di raggiungere una condizione libera dove non vi siano più ostacoli alla realizzazione di sé.
Libertà è dunque seguire il proprio destino.
Il fatto è che nella vita arrivano, a volte, dei momenti in cui ciò che bisogna fare risulta chiarissimo e quasi mai si tratta di scelte comode, il più delle volte una voce intima ma autorevole ci chiama a dei compiti precisi e l’unica possibilità che abbiamo è quella di seguirla senza remore; sempre che aspiriamo a camminare in direzione della nostra libertà.
Camminare per venti, venticinque giorni in solitudine attraverso  montagne e boschi non è una scelta razionale ma la ragione non sempre… “ha ragione”.
Vi sono evidentemente nell’uomo spinte irrazionali, più rilevanti della logica, che determinano le sue scelte.
Il viaggio a piedi in passato assumeva un preciso significato spirituale.
Il pellegrino camminava per giorni e giorni verso una meta geograficamente precisa ma di valenza simbolica ed universale e lo fa tutt’oggi in molte regioni del mondo anche se a noi, europei del ventunesimo secolo, questo pare essere solo una  memoria antica e lontanissima.
Fosse stata essa la Mecca, Gerusalemme, Santiago de Compostela o Roma, il pellegrino camminava in realtà verso una meta metafisica che altro non era  che il centro di se stesso, il viaggio esterno come simbolo potente ed esplicito del viaggio interiore, l’unico che realmente abbia un effettivo valore. Dal basso il pellegrino osservava le cime, con rispetto e venerazione, come se la montagna fosse un padre che, severo, discosto ed austero, osservi impassibile dall’alto le vicissitudini dei propri  figli.
La montagna è da sempre una meta trascendente per eccellenza, in ogni cultura essa ha rappresentato una Via per la purificazione, in parecchi miti e religioni essa è la sede preposta a domicilio degli Dei.
“”Là sulla vetta più aguzza della guglia più sottile, solo, sta colui che riempie tutti gli spazi. Lassù, nell’aria più fine dove tutto gela, solo, sussiste il cristallo dell’ultima stabilità. Lassù nel pieno fuoco del cielo, dove tutto arde, solo, sussiste il perpetuo incandescente. Là, in centro a tutto, sta colui che vede ogni cosa compiuta nel suo inizio e nella sua fine.”  Così Renè Daumal mirabilmente ci descrive queste pulsioni nel suo capolavoro incompiuto1.
Esiste una montagna particolare in Tibet, si tratta del monte Kailash, significa “Dimora del Signore di Shiva”.
 Attorno al monte Kailash nel Tibet occidentale ogni anno i pellegrini buddisti compiono un viaggio  particolarmente arcaico e suggestivo, gettandosi a terra, sulle pietre e nella polvere, e rialzandosi ad ogni passo per una quarantina di chilometri fino a circumambulare completamente la loro Montagna Sacra.
Si tratta di un pellegrinaggio estremo, per molti versi medioevale, dove i fedeli in condizioni penose si espongono a rischi ed a sforzi estenuanti dovuti all’altitudine ed all’asprezza del luogo. Un pellegrinaggio che poco ha a che spartire con i viaggi della fede  organizzati in autobus del moderno “pellegrino” dell’occidente.
Per me, occidentale (per nascita) dell’epoca moderna, ogni montagna è sacra. Ogni spinta della terra verso l’alto rappresenta simbolicamente un’ ascesi, un tentativo della materia di farsi spirito. Ogni salita è un ponte teso verso l’alto, un ponte che in qualche modo, prima o poi, tutti devono percorrere.
Ogni montagna merita un pellegrinaggio ed è solo con questo spirito “pellegrino” che l’alpinista si può considerare tale, il resto è solo sport, cronaca di atleti e di sfide, coraggiose forse, ma sterili se ancorate solamente alla dimensione materiale.
Questa camminata rappresenta il mio pellegrinaggio pagano alla ricerca di ciò che sono, ciò che dovrei essere e di ciò che vorrei diventare.
Forse rappresenta solo un sogno, un voto, una follia.
Si tratta  di un viaggio fisico ma, sopra ogni cosa, si tratta di un viaggio nelle desolate geografie dell’anima e nelle misteriose foreste di simboli che la montagna rappresenta.
I viaggi privi di obbligo sono oggi i più necessari, il viaggio è un invito alla meditazione. Il viaggio fu necessario a Keruoak, Holderlin, Nietzsche, Chatwin, solo per citare alcuni dei pensatori che dal viaggio hanno tratto la necessaria ispirazione per le loro opere.
Il viaggio come ritorno alla natura, il passaggio al bosco di Junger, il ritorno all’origine e all’autentico che sfugge alla presenza della modernità.
Il viandante infondo non viaggia che per ritornare.
Attraverso la solitudine, la durezza della natura e la stanchezza, ho cercato di comprendere un po’ di più di me. Senza troppe illusioni, senza troppe aspettative e senza troppe ambizioni ma soprattutto senza alcuna fretta, a... passo d’uomo.

Il paesaggio dell’ immensa distesa di  ghiaccio quando sbuco dalla vedretta mi riempie il cuore e la vista, il sole è già forte e mi proteggo subito gli occhi con gli occhiali scuri, bevo abbondantemente la gelata acqua del ghiacciaio che pur non contenendo minerali utili al corpo mi placa momentaneamente la sete. Dopo aver calzato i ramponi avanzo spedito sulle lingue di ghiaccio azzurro che celano magiche suggestioni architettoniche causate dai continui scioglimento e ricongelamento. Mi tengo sulla sinistra verso il passo di Dosson o di Cresta Croce.
Da qui vedo stagliarsi contro il cielo l’immensa croce di granito dedicata a Papa Giovanni Paolo II che venne issata qui per l’anno del Giubileo del 2000.
Risalgo con l’aiuto di catene fisse, ghiacciate e scivolose, il passo ed arrivato in cima trovo davanti a me l’Adamello, è troppo lontano, sarà per un'altra volta.
Mi terrò esattamente sui confini del parco facendo tutta la cresta, che è anche più interessante alpinisticamente.
Arrivato al grande cannone faccio pausa e rifletto leggendo le parole incise sulla targa di granito apposta a memoria dei caduti, sono ancora commoventi e dense di significato, non mi piace passare distrattamente in posti come questo, certe azioni meritano attenzione e rispetto.
Proseguo sul filo di cresta sino a Punta Croce.
La grande croce di granito, nonostante la sua imponenza, non contrasta con l’ambiente circostante. A proposito dei simboli religiosi sulle cime si è detto e scritto molto, c’è chi non li vorrebbe vedere e li leverebbe con le sue mani ma questa forma di ateismo militante mi sembra assolutamente fuori luogo in montagna. Togliere le croci sarebbe negare e cancellare un pezzo importante della nostra storia  e della nostra cultura.
Io penso che la cima in ogni caso sia il punto d’unione tra il mondo materiale e quello dello Spirito. In questo luogo la dimensione del Sacro si fa più viva e presente quindi è del tutto naturale la volontà degli uomini di segnare con un proprio segno tangibile la sacralità del luogo. Così è in tutte le culture: da sempre ogni luogo sacro, sia esso cima o fonte o bosco, veniva reso riconoscibile con l’intervento dell’uomo in segno di rispetto ed inviolabilità. Lì sono nati templi ed altari.
In Tibet, in India ed in Nepal ogni passo, ogni fonte  ed ogni cima viene sacralizzata con pietre votive e bandiere di preghiera e questo non disturba affatto gli alpinisti occidentali, anzi li affascina, perché allora gli stessi non dovrebbero rispettare la croce sulle cime? Personalmente non sono cattolico e mi emoziona molto di più vedere le colorate bandiere buddiste consumarsi al vento, perché le sento molto più vicine al mio modo di concepire il Divino ma ciò non toglie nulla al mio rispetto verso le croci delle cime.
Ciò che invece è veramente offensivo e desacralizzante sono i tralicci delle antenne televisive e della telefonia, quelli sì, brutti e fuori posto, tolgono magia al luogo e sono uno schiaffo della modernità alla venerabilità della natura.
Immerso in questi pensieri scendo dalla cresta e raggiungo il grande e nuovo rifugio delle Lobbie.

Scendendo verso il Lago delle Malghette lungo un comodo e frequentatissimo sentiero noto con grande gioia un bellissimo Pino Cembro che dalle nostre parti è una vera rarità. Poi un altro ed un altro ancora, in breve mi trovo circondato da una moltitudine di questi alberi meravigliosi, un bosco intero tutto di Pino Cembro, sono estasiato e felice come un bambino a Natale.
Devo avvisarvi che coltivo un rapporto particolare con gli alberi e fra tutti il Larice ed il Cembro sono di gran lunga i miei preferiti. L’uno è, nel mio immaginario, un austero patriarca che ama starsene in alto, spesso in solitudine, a sfidare il tempo e le intemperie: duro, rosso, contorto ed impassibile, fra le pieghe incredibili della sua corteccia si può leggere una saggezza eterna ed assoluta.
L’altro, il Pino Cembro detto anche Cirmolo, è un albero generoso ma pigro, cresce molto lentamente ed in modo estremamente elegante. Il suo legno è amato da sempre perché si lascia intagliare con facilità, assume con gli anni il dolce colore del miele ed è il legno più profumato che ci sia. Un profumo unico che con il tempo non perde d’intensità e che non piace solamente alle tarme ed ai tarli, che infatti evitano di attaccare questo legno meraviglioso. Gli uomini di montagna che ben sapevano queste caratteristiche utilizzavano il Cirmolo per fare i cassetti degli armadi e dei comò così non c’era bisogno di naftalina.
È un albero contadino, di quelli senza fretta, che si muovono con semplicità ed umiltà ma per questo appaiono e sono concretamente nobili signori.
Non ho fretta e mi addentro fra questi alberi meravigliosi, accarezzo le cortecce, spio fra i rami il sole che finalmente si fa vedere, annuso il dolce profumo degli aghi e della resina, poi li saluto e riprendo il cammino.

Erwin e Sabrina dormono ancora quando, alle sei, esco dal bivacco dopo aver bevuto un ottimo caffè, gli lascio un messaggio di arrivederci e parto.
Mi aspettano, come inizio, undici chilometri di discesa su strada carrozzabile fino a Tuenno, temo un po’ per il mio ginocchio, la discesa è il suo punto debole. Ma mi conforto pensando sorridendo all’enunciato del noto fisico austriaco Walter Thomas Sass che dice: “ in zo i va anca i Sass”2.
Oggi è una di quelle giornate in cui l’amico sole ha deciso di farsi sentire con voce potente, sono solo le sette ed è già caldissimo, sto sudando.
Alcune marmotte mi fanno compagnia spuntando curiose e forse ancora assonnate dalle tane, probabilmente sono state attirate dal ritmico ticchettio dei miei bastoni sulla ghiaia. Una coppia di poiane dal cielo lancia grida di saluto volteggiando sopra la mia testa, o almeno così mi pare di credere. Sto sorridendo alla luce ed ai monti, sto vivendo uno di quei momenti di perfetta simbiosi con l’ambiente, quei momenti in cui ogni dubbio riguardo alla vita pare dissolversi come le brume mattutine sui prati. Sono quegli istanti che ogni uomo intimamente cerca, quando pare di poter controllare ogni passione terrena e sembra che il nostro spirito esca da noi stessi e ci galleggi accanto, limpido e luminoso.
Ogni uomo ha il suo destino e la sua strada, certamente si possono vivere queste illuminazioni in situazioni molto diverse da questa ma io  riesco a viverle solo in solitudine, nelle montagne.
Le prative alpine in questa parte del Brenta sono realmente un incanto, non c’è nessuno e mi sento in compagnia di tutto il mondo.
Credo che ogni onesto frequentatore della montagna abbia provato almeno una volta questa sensazione di “stupore del mondo”, per loro non servono molte parole perché sono sicuro che già ora stanno automaticamente pensando alle loro esperienze passate e sanno esattamente cosa voglio dire. Proverò a spiegare cosa intendo per coloro che ancora non hanno avuto questa illuminazione.
Non ho usato questo termine a caso, si tratta proprio di un’ illuminazione. I buddisti la chiamano con il termine sanscrito Satori  intendendo con ciò uno stato particolare di coscienza in cui tutto appare chiaro e la serenità, in un momento, strappa dal cuore e dalla mente ogni dubbio esistenziale.
In quell’attimo non vi è più posto per dubbi e domande, tutto è manifesto, non si guarda più con gli occhi né si ascolta solo con le orecchie o si avverte il freddo solo con la pelle, la montagna entra nella parte più profonda e più intima del nostro essere e risveglia il divino che ivi si nasconde. La potenza evocativa del luogo esplode in quei momenti dentro di noi risvegliando la coscienza da tempo assopita e veniamo catapultati per un attimo nel regno del sovra-sensibile.
Domenico Rudatis, alpinista di inizio secolo ha scritto un libro veramente illuminante3 dedicato a questi stati di coscienza alpina.
Questa vicenda psichica può essere spiegata razionalmente dalla psicologia con le leggi della percezione sensoriale ma sarebbe estremamente riduttivo. Nessun meccanismo scientifico infatti riesce ad entrare con competenza  ed autorevolezza nella sfera del metafisico che, per definizione, non può essere analizzato ma va solamente percepito come tale.
Il grande poeta William Blake diceva che quando gli uomini e le montagne si incontrano, succedono sempre grandi cose. È una verità sacrosanta, ammesso che riusciamo a scrollarci di dosso ogni pregiudizio materialista ed ogni teoria scientifica; allora riusciremo a cogliere nel profondo il senso dell’esistenza nostra e del mondo, riusciremo ad ascoltare il silenzio ed abbracciare un albero.

Di fronte al tramonto infuocato del sole, nell’aria particolarmente fredda di questa fine pomeriggio, mi trovo fuori dal rifugio a srotolare pensieri sul diario, che negli ultimi giorni avevo un po’ trascurato. Guardo verso il gruppo dell’Adamello e rivedo parte del mio percorso, rivedo i momenti difficili e quelli incantati dalla pace della montagna. Sono già undici giorni che sono in pellegrinaggio fra i monti, ho visto cose meravigliose, ho vissuto solitudini sublimi, a volte mi sono sentito vicino a Dio, parte del tutto, completamente libero. Mi godo il silenzio delle cime, i miei compagni sono stati impeccabili ma adesso ho voglia di silenzi. Il silenzio delle cime del Brenta è molto diverso dal silenzio dei ghiacci dell’Adamello, perché ci sono diversi silenzi e quelli delle cime sono differenti dagli altri. Anche se molto simili fra loro, un alpinista attento può affermare con sicurezza che quasi ogni montagna ha il suo particolare silenzio.
Il silenzio che si può udire in montagna è una sinfonia profonda. Non è, come saremmo portati a credere, un’ assenza totale di suoni ma piuttosto una sostituzione del rumore con un’ armonia celeste. In ambiente urbano non c’è silenzio, anche quando ci pare di non udire nulla in realtà ogni cosa intorno emette brusio, i muri delle case, le auto parcheggiate, tutto. Anche chiusi in casa è difficile ascoltare il silenzio, ci possiamo illudere ma il rumore degli oggetti che ci circondano, se ascoltato con attenzione, esiste, eccome. I suoni silenziosi della montagna invece sono armonici.
Il silenzio di cui sto parlando è formato da mille voci intonate e talmente integrate fra loro che, compensandosi, arrivano a suonare una melodia silente che incanta. Il brusio dell’erba, lo sciogliersi lento della neve, il passaggio di una nuvola, il crescere degli alberi non li sentiamo letteralmente con il senso dell’udito ma li possiamo percepire con tutti i nostri sensi all’unisono ed è un canto lieve e sempre differente.
Nel Giappone antico esiste un concetto filosofico preciso che prende il nome di Mu. Viene comunemente tradotto con la parola vuoto ma si tratta di un errore grossolano, un monaco zen si meraviglierebbe a sentirlo tradotto in questo modo.
Mu è l’assenza di specificità, l’assenza di oggetti o concetti definibili, l’assenza di tutto, ma non per questo è il nulla. Si tratta invece di uno stato di consapevolezza assoluta dove la mente non può fissarsi su qualcosa ed è quindi finalmente libera di pensare se stessa.
Il silenzio montano di cui sto parlando è molto simile al Mu giapponese, è un’ assenza di suoni specifici ed individuabili tanto che i sensi riescono ad ascoltare il suono ed il respiro del mondo.
Il silenzio di una valletta alpina nel granitico Adamello è molto differente dal silenzio su una cengia dolomitica, il silenzio del bosco sotto la nevicata è differente da quello di una notte stellata in una prativa alpina. Ogni montagna, ogni diversa situazione, ogni ora del giorno ha la sua particolare melodia silente, spetta solo a noi ascoltarla con attenzione invece di liquidarla come semplice silenzio.
Un brivido mi percorre la schiena, getto un ultimo sguardo al cielo scuro, fa un freddo cane, è ora di rientrare e di infilarsi nel sacco piuma.

Per prima cosa accendo il fuoco nel camino, non che ci sia effettivamente freddo ma un fuoco che arde è un compagno insostituibile.
Un fuoco tiene molta compagnia, va curato, alimentato e sostenuto ma ti ripaga con luce e calore che in qualsiasi bivacco sono compagni preziosi.
Prima che il giorno si spenga me ne vado sulla riva del lago, sotto lo sguardo indifferente di bellissimi esemplari di vacche “Razza Rendena” che brucano gli ultimi ciuffi della giornata. C’è una panchina “da meditazione” proprio sulla riva, ricavata da un tronco di larice e rivolta verso lo specchio d’acqua. È  sempre stata per me un invito alla pausa ma mai ho avuto il tempo di sedermici con calma. Stavolta è arrivato il momento, mi siedo, con calma riempio la pipa e l’accendo: che pace.
Lo sguardo si perde fra le increspature delle onde e sono cullato da un vento sottile che mi accarezza il viso. Il vento come si sa è la voce degli Dei, a volte potente ed imperiosa, altre leggera ed amica, come ora.
Mi torna alla memoria una frase del filosofo tradizionalista Giuseppe Sermonti: “L’universo canta per tutti coloro che non lo odiano”.
Scruto fra le fronde della riva opposta cercando forse le “Amadriadi”, ninfee arboree di natura semi divina che, secondo i nostri avi, dimoravano all’interno dei tronchi degli alberi e che con essi morivano, ora nessuno più le cerca né le vede, ne sarà rimasta qualcuna?
Il tempo scorre ed il freddo si fa sentire, -accidenti, sono uscito senza giacca-, meglio rientrare, c’è da cucinare e da scrivere un po’ prima di dormire.
Me ne sto tranquillo, accanto al fuoco, a scrivere pensieri sul diario, il profumo delle verdure che stanno cocendo in cucina mi sembra l’essenza migliore che il mio naso possa desiderare, lo schioppettio dei ciocchi di larice nel camino la musica più dolce che mai sia stata scritta. Mi sento un re, in una reggia dorata, fuori la luce comincia lentamente a spegnersi, fra poco il buio scenderà anche su questo angolo di paradiso.

Mi soffermo ad osservare alcuni mozziconi di muri che lottano contro il tempo e gli elementi per restare in piedi a testimoniare un tempo antico che non tornerà. Schiacciate dal peso di abbondanti nevicate ed indeboliti dall’interno da parassiti ed infiltrazioni, le robuste travi di larice hanno dovuto cedere, rovinando all’interno delle umili casette, nel loro cedimento hanno distrutto quel poco di speranza che ancora contenevano, hanno trascinato con loro le tenaci “scandole4” spaccate a mano, testimoni di una tecnica ed  una tradizione antichissima che ancora conservano nella loro forma tutta la saggezza delle antiche arti.
Il grigio del tempo ed il nero delle intemperie hanno uniformato quei pezzi di legno alle pietre ed alla terra ma basterebbe incidere di pochissimo quel magico legno per ritrovarne il tipico colore rossiccio e scoprire quanto poco in profondità il passare del tempo e l’incuria dell’uomo possa entrare nella natura degli elementi. Il larice resiste tenace, sfida i secoli, col tempo si indurisce, si pietrifica ma senza perdere il carattere e l’aspetto regale della sua giovinezza, si lascia ricoprire semmai dalla patina del tempo ma conserva sempre all’interno, integro lo splendore della sua anima.
Scavalco qualche sasso e mi infilo all’interno del rudere, quasi accucciato sotto le pesanti travi. Un angolo della casa è stato risparmiato dal crollo e la luce che filtra a stento dal soffitto sfasciato lascia intravedere il ricordo della quotidianità passata, quando fra queste mura c’era vita e calore.
Una mensola ad angolo, anch’essa in larice, ha resistito miracolosamente alla caduta del tetto e, benché ferita e sgangherata, si regge ancora al muro che l’ha sostenuta generosamente per molto tempo. È  una mensola semplice, spartana e senza fronzoli, così come era la vita di solo qualche generazione fa.
Semplicità ed essenzialità erano le regole, oggi invece tutto è diventato complicato ed il superfluo ha sostituito l’essenziale nella vita di ognuno di noi.
Torno all’esterno strisciando tra un sambuco e le ortiche che non mi risparmiano qualche beccata, tanto per sentirsi utili.
Diversi  sassi di granito giacciono a poca distanza dai resti del muro. Vi si legge la fatica e la perizia con la quale sono stati squadrati con cura da abili scalpellini e mostrano ancora con un certo orgoglio gli angoli perfetti sbucando tra erbacce ed ortiche, vere padrone dei luoghi abbandonati dall’uomo. Altri, più fortunati resistono ancora ancorati al cielo, incastrati gli uni agli altri sui cantoni in precario equilibrio sino a che inesorabilmente torneranno a fare compagnia alla terra dalla quale provengono.
Tutto passa e tutto torna.

Quando lo sguardo si apre a trecentosessanta gradi sul cielo infinito e l’orizzonte appare lontano, profondo, perso nelle foschie del fondovalle, viene naturale sentirsi lontano dal mondo e da tutte le sue  bassezze.
Pur essendo fisicamente lontani, ci si sente partecipi come non mai della natura del mondo e dell’umano destino, come il Sovrano o come l’Asceta di un tempo passato.
Si può entrare  nella condizione del distacco mondano e nello stesso tempo della consapevolezza dell’infinito, condizioni favorevoli se non necessarie all’introspezione ed all’ascesi.
Quando la purezza dell’aria ti riempie i polmoni e l’azzurro del cielo gli occhi, la contemplazione diviene naturale, spontanea perché nata dall’azione e solo dall’azione può e deve prender vita.
Per quel che mi riguarda, solo in questo stato di contemplazione attiva mi sento inserito nel grande disegno divino, riesco, o mi illudo di riuscire, a spogliarmi completamente delle maschere consuete e comincio a cercare il senso essenziale della mia vita.
Comincio a scendere, con qualche difficoltà, lungo la cresta rocciosa che porta ala bocchetta dell’Acqua Fredda poi risalgo verso la Cima Cingla e la Costaccia, ultima cima di questa camminata.
Sono stanco, credo che sia la mia testa ad esserlo più che le gambe, che pure sono piuttosto rigide. Il fatto è che oramai con la testa ho già concluso la mia fatica, sono già a casa, disteso sul divano e con questi pensieri le gambe si rifiutano di fare il loro lavoro. La determinazione è la vera forza di ogni alpinista, solo con quella si raggiungono le grandi montagne.....
....Sono alla fine, non resta che una breve discesa e non ho alcuna fretta, sono in anticipo sull’orario previsto quindi accendo la pipa e mi godo tutta la pace della stanchezza e tutta la gioia del successo.
Fra poco sarò di nuovo nello stesso punto da cui sono partito diciassette giorni fa.
Guardo l’orizzonte cercando di scorgere tutte le tappe  del mio passaggio, la mente vola ai momenti di gioia ed a quelli critici di ogni giornata.
Poi rivolgo lo sguardo dentro di me.
Cerco di trovare i luoghi dell’anima dove questi giorni hanno scavato con maggior forza, dove le tracce sono più profonde e visibili.
Il tempo vola nascosto dietro i pensieri, la pipa è spenta da un pezzo.
Forza, un ultimo sforzo ed il ritorno alla normalità sarà completo.
Il cerchio si sta chiudendo ma, come una spirale che sale verso il cielo, si è chiuso ad un livello più alto.
Un'altra porzione importante di vita si è aggiunta portando una conoscenza e, forse, una coscienza maggiore.
Ora sono pronto… a ripartire.

Tutti i ghiaioni sono formati da sassi ma non tutti i ghiaioni sono uguali, dipende dalla pendenza, dal tipo di roccia, dall’epoca della loro formazione e soprattutto dalla grandezza dei sassi.
Se i sassi sono troppo grossi la tecnica di camminata non è dissimile a quella che si può applicare sul terreno solido ma senza dimenticarci che siamo su di un ghiaione con insidie sempre in agguato. Bisognerebbe avere sempre l’accortezza di valutare ad ogni passo, specialmente in discesa, la stabilità del sasso sul quale stiamo per appoggiare il piede; spesso i sassi si divertono a muoversi proprio quando ci mettiamo il piede sopra, forse per scrollarsi di dosso quella scarpa puzzolente.
 Un'altra attenzione la dobbiamo dedicare ai sassi curiosi ed a quelli che vogliono farsi notare a tutti i costi, per evitare di  inciampare in un sasso che sporga oltre gli altri o picchiare tibie o malleoli in rocce che si protendono improvvisamente nel sentiero.
Già così la nostra attenzione sarà messa a dura prova ma se vogliamo rendere al massimo nell’attraversamento di queste pietraie dobbiamo fare uno sforzo ulteriore: bisogna evitare il “su e giù”.
Chi sa camminare in montagna lo si nota subito, esso cerca sempre una linea di salita regolare, evita accuratamente di salire per poi ridiscendere o di scendere per poi risalire, lo si nota ancor di più quando ci si muove attraverso un ghiaione con sassi di grosse dimensioni. Conviene sempre allungare o accorciare un po’ il passo piuttosto che scendere e risalire. A volte bisogna usare sassi a destra o a sinistra del sentiero se si vuole che le nostre gambe possano fare gradini il più possibile ad altezza regolare, piuttosto che andare avanti a testa bassa dovendo scendere e risalire da ogni sasso.
Lo zen ci insegna che quando la vita ci presenta una qualsiasi difficoltà è sciocco tirare diritto e scontrarsi frontalmente. È molto più conveniente quando si può e se possediamo una visione ampia e consapevole, aggirare l’ostacolo con facilità, evitando i traumi troppo grossi.
Se il ghiaione è formato da sassi piccoli e mobili, in salita dobbiamo con attenzione studiare dove conviene appoggiare la scarpa, cercando i sassi più grossi e stabili che abbiano voglia di sostenerci senza cedere centimetri verso il basso, in discesa al contrario i nostri piedi cercheranno quelli più piccoli e cedevoli in modo che il nostro piede riesca ad affondarli verso valle, rubando così centimetri preziosi ad ogni passo. Ci vuole molta fiducia nelle proprie gambe e nei sassi per affrontare queste discese instabili a forte velocità e bisogna essere attentissimi per mantenere l’equilibrio e riuscire a fermarsi quando lo si vuole.
Un’ attenzione simile la sperimentiamo nella meditazione Zen quando dobbiamo far correre la nostra mente libera, senza frenarla su alcun pensiero ma dobbiamo altresì restare vigili ed attenti affinché essa non si perda o non si incagli il qualche concetto troppo sassoso.
Quando si sta in Zazen a meditare lo si fa ad occhi aperti, lo sguardo appoggiato al suolo o su di un muro a circa un metro davanti a noi, anche camminando sui ghiaioni è bene che lo sguardo si appoggi a circa un metro, così si può scorgere in anticipo la conformazione del terreno davanti a noi senza perdere di vista il luogo dove si sta appoggiando il piede.
Andare per monti, vivere, meditare, è un tutt’uno, fa parte tutto dello stesso gioco, sta a noi giocare con allegria e concentrazione, senza pensare ad alcuna vittoria probabile e sempre, come dice lo Zen, senza alcun artificio ma nel modo più naturale possibile.



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