Sulle Vette Stampa E-mail
Omaggio a Julius Evola

Al centro della terra si innalza una grande montagna;
Signora delle nevi, maestosa, ancorata nel mare,
la vetta coronata da nuvole,
pietra di paragone di ogni altra cosa creata.

                                                  Kalidasa (4° secolo d.c.)


La cosa grandiosa della montagna è che non tollera menzogne.
Lassù non si può mentire neppure a se stessi.

                                                  H.Harrer


Solo se avete bevuto al fiume del silenzio,
voi canterete veramente.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte,
allora comincerete a salire.

                                                  G.K.Gibran


Quando lo sguardo si apre a trecentosessanta gradi sul cielo infinito e l’orizzonte appare lontano, profondo, perso nelle foschie del fondovalle, ti sentirai lontano dal mondo e dalla bassezza.
Lontano, eppur partecipe come non mai all’umano destino, come il Sovrano, come l’Asceta.
Entrerai nella condizione del distacco mondano, della consapevolezza dell’infinito, condizioni favorevoli se non necessarie all’introspezione ed all’ascesi.

Quando la purezza dell’aria ti riempie i polmoni e l’azzurro del cielo gli occhi, la contemplazione diverrà naturale, spontanea perché nata dall’azione e solo dall’azione può e deve prender vita.
Solo in questo stato di contemplazione attiva ti potrai sentire inserito nel grande disegno divino, ti potrai spogliare completamente delle maschere consuete e cercare il senso essenziale della tua vita.

Quando abbarbicato sui crozzi, sospeso sull’esile corda, fidando unicamente sulla forza delle tue dita e sull’equilibrio dei tuoi piedi, sfidando la vertigine getterai lo sguardo nell’abisso che sembra attirarti come il più potente dei magneti, solo allora, ed in pochi altri momenti di lotta, percepirai con estrema chiarezza la maestosità del dono della vita e non sarai più disposto a sprecarne nemmeno più un momento.

Quando svalicando il passo alpino, accaldato dalla salita, il vento gelato del nord ti investirà con insospettata forza e sferzandoti il viso ti porterà profumi sconosciuti, capirai l’importanza della flessibilità, del saper accogliere il nuovo, saldo restando ed imperturbabile come roccia.

Quando la neve ti entrerà implacabile nel collo e ti scenderà sino alla schiena, e nell’oscurità il freddo ti farà tremare denti e ginocchia, le dita bianche non le sentirai più e sarà difficile anche aprire il termos del caffè, la notte ti sembrerà eterna ed amerai la luce, il calore del sole, le lenzuola pulite, il calore di una donna, il valore del riposo.

Quando la fame non sarà solo un leggero disagio e la sete ti seccherà in gola le parole, capirai ciò che è essenziale e ciò che è superfluo, incomincerai a distinguere l’utile dal necessario e potrai eliminare da te stesso le stupide manie che la modernità ti appiccica addosso e ti renderai conto della stupidità di tutte le tue “fregole da fondovalle”.

Per questi e per infiniti altri motivi ti invito ad alzarti e salire, perché tutto ciò che sin qui hai letto è niente, e non ne hai capito una parola se non lo hai vissuto proprio tu.
Non v’è altro modo, non vi sono scorciatoie né compromessi, l’ascesi va compiuta, sudata ed imparata con tutto il corpo, con il gonfiore dei muscoli, con il dolore dei piedi, con l’arsura della bocca, con il bruciore della pelle.

Il peso va portato fino in fondo, o meglio fino in cima, solo così abbiamo la possibilità di imparare la tremenda potenza della forza di gravità, solo così s’impara la vitale importanza di superare la pesantezza della nostra condizione umana (troppo umana) per raggiungere traguardi divini, soprannaturali.
Uno zaino pesante fa di più di mille libri letti sul divano, perché chi crede d’imparare solo con la mente cade nel più subdolo degli inganni.
Perché la mente non può mai bastare, se non vi è partecipe ne cuore ne corpo.

“là sulla vetta più aguzza della guglia più sottile, solo, sta colui che riempie tutti gli spazi. Lassù, nell’aria più fine dove tutto gela, solo, sussiste il cristallo dell’ultima stabilità. Lassù nel pieno fuoco del cielo, dove tutto arde, solo, sussiste il perpetuo incandescente. Là, in centro a tutto, sta colui che vede ogni cosa compiuta nel suo inizio e nella sua fine.” Cosi Renè Daumal nel suo capolavoro “Il monte analogo”(Adelphi).

A tutto ciò si potrà obiettare che l’andar per monti e, più in generale, l’alpinismo sono un’invenzione recente, quindi non indispensabili e forse proprio inutili per l’uomo tradizionale, il quale ben si guardava dall’affrontare fatiche inutili.
Non è vero. Da sempre la montagna ha rappresentato in tutte le Tradizioni solari la via per la purificazione di se, nonché la sede preposta a domicilio degli Dei.
La montagna torna assiduamente quale simbolo del percorso dell’uomo verso il Divino, spesso la sua ascesa, anche fisica, rappresenta un autentico percorso iniziatico obbligatorio.
Vero è che soltanto in tempi recenti l’alpinismo è diventato attività fine a se stessa, slegato cioè da logiche di ordine pratico. Si tratta di un recupero di valore simbolico, spesso inconsapevole, nel quale si torna ad affermare la montagna quale sede di sofferenza volontaria, di purificazione ed in un certo senso di autentica catarsi.
Naturalmente molte altre pulsioni, molto meno nobili, hanno portato gli uomini in epoca moderna a scalare montagne: gloria personale, scopi scientifici, vano nazionalismo, questioni economiche, ecc.
Ma possiamo affermare che la maggior parte dei frequentatori della montagna (non quella delle funivie, evidentemente) sono spinti da autentici sentimenti di rinnovamento spirituale.
Oggi,a causa dell’abbruttimento dell’uomo nella società e della sua perdita di contatto con il Divino si è reso necessario dimostrare a se stessi in modo tangibile il desiderio d’ascesi che ci pervade il cuore. In epoche più serene l’uomo aveva molte occasioni di mostrare il suo Valore, a se stesso ed a chi lo circondava.
La rettitudine nel quotidiano, il coraggio in battaglia, la fedeltà al proprio Signore ed alla propria Donna, il continuo sacrificio agli Dei, erano prove sufficienti a sentirsi realizzati e collocati nel mondo, non c’era certo bisogno di scalare montagne.
Ora che tutto ciò, gradualmente, è venuto a mancare, i pochi uomini che ancora si ritengono eredi della Tradizione devono cercare i modi di esternare ed attualizzare ciò che sentono pulsare nel loro cuore. Sentono ineluttabilmente il bisogno di dare forma alle Idee, di conciliare quanto si porta dentro di sé con quanto esiste fuori di sé, in termini indù di: ricondurre l’atman al brahman.
La lotta politica, l’impegno sociale, lo studio della Tradizione, impegnano e soddisfano la mente ed il cuore ma non possono ne devono essere sufficienti, qualcosa manca, il corpo non è sazio; per il corpo l’alpinismo e le discipline marziali rappresentano una buona Via.
Le Arti marziali hanno la capacità di farci sentire dei guerrieri, sempre tesi e pronti a qualsivoglia battaglia, l’alpinismo anche. Esso agisce in una dimensione più individuale, con il vantaggio di portarci in un contesto favorevole all’introspezione, cioè di farci entrare in contatto diretto con uno dei rarissimi ambienti naturali incontaminati che ci siano rimasti: la montagna.

Quindi alzati e non indugiare, non permetterai certo che la pigrizia s’inventi attenuanti alla tua staticità. Non crederai che la mancanza d’esperienza o la lontananza dai monti possano diventare scuse plausibili. Naturalmente non serve salire ad ottomila metri per sentirsi alpinisti, ne scalare pareti inviolate. A qualsiasi livello, con il giusto atteggiamento della mente e del cuore, con il solo sacrosanto desiderio di avvicinarsi alla dimora degli Dei, tu potrai accedere alla dimensione magica della montagna, nel monte dietro casa come in Himalaia.

La montagna unisce la terra al cielo, la simbologia è di una chiarezza illuminante ma non ci si deve limitare ad una comprensione intellettuale del simbolo, esso assume potere e senso solo quando a questa comprensione si abbini la comprensione reale dell’oggetto simbolico, se ne abbia quindi un esperienza diretta. Per altro verso sarebbe altrettanto inutile la conoscenza diretta e vissuta della montagna senza la comprensione simbolica della stessa. Varrebbe altrimenti ammettere che tutti gli alpinisti ed i montanari siano degli illuminati, cosa che evidentemente non è.

Per chi ha il dono, o la presunzione, di comprendere, a livello intellettuale, il simbolo, diventa naturalmente un dovere preciso sperimentare direttamente la potenza di tale simbolo, per non sprecare ciò che ci è stato donato e per trasmettere agli altri il riflesso di ciò che abbiamo consapevolmente vissuto.

Per finire voglio dilungarmi particolarmente su una delle leggi del Monte Analogo: per raggiungere la cima, bisogna andare di rifugio in rifugio. Ma prima di lasciare un rifugio, si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire ad occuparvi il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati, si può salire più in alto. Per questo, prima di lanciarci verso un nuovo rifugio, abbiamo dovuto ridiscendere per trasmettere le nostre prime conoscenze ad altri ricercatori.

                                                  R. Daumal


Al Maestro,
colui che più di tutti ha saputo vivere la Tradizione.


Bibliografia:
-Il monte analogo - R. Daumal
-Meditazioni delle vette - J. Evola
-Il regno perduto - A.A.V.V.
-Cavalcare le vette - O.Vecchio-M.Murelli