Non modernizzate la Verde Valle Stampa E-mail

Negli ultimi anni stiamo assistendo in val Rendena ad una progressiva ed inesorabile modernizzazione, a mio avviso inutile ma soprattutto distruttiva.
La pretesa con la quale gli amministratori portano avanti i loro progetti è il miglioramento della valle e delle condizioni di vita dei Rendeneri.
Credete davvero che ci stiamo migliorando le condizioni di vita? Io non credo, anzi ci stiamo solamente urbanizzando, con tutte le implicazioni negative che ciò comporterà. E’ ora di invertire la rotta prima che sia troppo tardi (per la verità lo è già), la valle non ha bisogno di svilupparsi ma solamente di conservarsi, per quanto possibile, interga e avulsa dalla modernità, per noi e per gli ospiti che ci vengono a visitare (e portare tanti bei soldini).
L’ultima inutile trovata è la metanizzazione.
In un articolo apparso sul “Trentino” qualche tempo orsono l’amministrazione comunale di Spiazzo e con essa quelle degli altri comuni della valle si rallegravano per il futuro avvento del metano in Rendena.
Mi sono chiesto: ma i Rendenesi vogliono davvero la metanizzazione?
Qualcuno dei nostri amministratori ha valutato attentamente l’impatto ambientale di tale progetto?
La Val Rendena è una valle alpina molto stretta, con ripide pendici boschive che scendono fin quasi al fondovalle, cosa che gli ha procurato l’appellativo di “Verde Valle”. Quale impatto visivo avranno le colonnine del condotto verdi e gialle disseminate lungo la strada ad una distanza di pochi metri l’una dall’altra? Non conosco nel dettaglio il progetto ma basta osservare zone dove il metano già c’è per accorgersi dell’effetto finale (vedi lago d’Idro).
Inoltre i nostri amministratori dovrebbero sapere che in diverse zone alpine, ad esempio nel Bellunese dove è stato introdotto il metano, si sta rapidamente tornendo all’uso del GPL perché con le basse temperature nelle condotte si formano delle “bolle d’aria” che non consentono alle caldaie di lavorare come dovrebbero, con conseguenti altissimi consumi per l’utente.
Altre considerazioni andrebbero fatte a proposito di questo progetto: ad esempio l’effettiva necessità del metano in paesi dove con legna, gasolio e GPL nessuno ha problemi di riscaldamento; oppure valutare l’alta pericolosità del metano stesso dei cui “botti” ogni anno le cronache ci informano regolarmente; ancora, i costi che bisognerà affrontare per il cambiamento sia da parte privata che, sopra tutto, pubblica; non va trascurata la dipendenza (anche economica)che fra qualche anno i Rendeneri avranno nei confronti del metano, basta un guasto o la folle decisione di chiudere i “rubinetti” per paralizzare la valle (viva l’autonomia); infine va considerato l’aspetto forse più importante, che coinvolge una visione globale del futuro della Val Rendena: crediamo oppure no nella vocazione turistica della valle? Cosa credete che cerchi il turista frequentatore della valle, modernità e confort oppure tradizione e tranquillità?
In quest’ottica rientrano anche i famigerati semafori intelligenti che hanno invaso le nostre vallate e sulla cui utilità si può ben discutere ed avere opinioni contrastanti ma, senza alcun dubbio sono esteticamente inquinanti ed assolutamente estranei alla nostra architettura paesaggistica.
Insomma, pare proprio che i nostri piccoli e grandi politici siano ultimamente invasi da un progressismo tecnologico che, a parer mio (ma non solo) sta irrimediabilmente rovinando la valle.
Certo che, se continuiamo con queste politiche scellerate e dalle corte visioni, il turista che ci troveremo (ammesso che ancora ne troveremo) sarà quello che vorrà il villaggio turistico tutto compreso dove poter trovare gli stessi ritmi frenetici che vive “allegramente” in città!
Ma, stando alle decisioni politiche che coinvolgono ultimamente la nostra valle, sembra proprio che qualcuno auspichi questo tipo di visitatore “casinista” mordi e fuggi.
Mi riferisco in particolare al folle progetto di viabilità di valle che trova tutti le nostre giunte comunali entusiaste di sradicare qualche bell’albero e sacrificare un po’ di inutile prato per far spazio ad un meraviglioso nastro d’asfalto largo e comodo, che possa portare più traffico e più turisti in una Campiglio già super congestionata.
Ma veramente ritenete che potenziare la viabilità riduca il traffico nei paesi?
Una provocazione: volete risolvere il problema traffico nella valle? Togliete l’asfalto dalla strada che c’è. Troviamo un trasporto pubblico efficacissimo ed eliminiamo il traffico completamente. Nel giro di qualche anno la nostra valle sarebbe piena tutto l’anno di un turismo intelligente che da tutto il mondo verrebbe a vedere l’unica valle alpina senza auto (vedi Zermatt).
Certo si tratta solamente di una provocazione, mi rendo perfettamente conto dell’impossibilità di attuare un progetto del genere ma le provocazioni servono a riflettere ed a considerare alternative che si possano muovere in linea con questa direzione.
Invece di guardare avanti con la mente ben rivolta al nostro umile ma rispettabile passato, riescono solo a vedere il presente, senza una strategia politica e culturale che possa difendere il nostro patrimonio territoriale e sociale.
Legno e granito, questo ci appartiene, tranquillità e valori solidi.
Riflettete cari amministratori: asfalto, cemento, gas non fanno fortunatamente parte della nostra cultura, cerchiamo che non facciano parte di quella dei nostri figli.

Nicola Cozzio


Ed io insisto.


Non in polemica con Giampaolo Mosca, del quale ho sempre apprezzato l’intelligenza e lo spirito critico, ma perché ritengo importante approfondire una discussione aperta intorno ai temi di gestione politica e culturale del nostro territorio e, siccome l’interesse c’è e lo spazio per fortuna pure, sarebbe sciocco non approfittare di questa occasione di dialogo.
Mosca nella sua “lancia spezzata” a sostegno di tecnici ed amministratori, sostiene che prima di criticare bisognerebbe approfondire ed avere in mano tutti gli elementi tecnici, politici e strutturali che hanno portato alla realizzazione di una determinata opera in un certo modo.
Il ragionamento dal punto di vista analitico non fa una piega ma non lo posso condividere perché la mia critica parte da un altro modo di conoscere e percepire la realtà che non è ,appunto, analitico ma sintetico.
Si tratta di quel metodo antico di conoscenza che permette agli uomini di poter esprimere giudizi non in base all’analisi del problema ma alla sua sintesi, cioè alla conoscenza diretta, globale, immediata e non condizionata da elementi settoriali.
È una forma di sentire oggi molto superata dalla modernità, la quale impone il metodo analitico ovunque e forma il suo sapere in base ad analisi strette e specialistiche, ma non per questo meno valida; è la forma di conoscenza che ha caratterizzato tutta la storia dell’umanità prima dell’avvento delle scienze specifiche e settoriali.
Per esemplificare: se io osservo (meglio sarebbe dire contemplo) un albero e lo considero nella sua interezza fatta di radici, tronco, rami, foglie, frutti e dalla sua posizione nello spazio in rapporto al suo contesto, posso trarne un giudizio obiettivo e completo senza per questo dovermi addentrare nei processi chimici che determinano il colore delle foglie, nella fisica dinamica che valuta lo spessore dei rami in proporzione al peso che debbono reggere, nella misurazione della densità dei vari tipi di legno e così via.
Allo stesso modo per giudicare brutta, antiestetica, estranea al contesto, contraria alla nostra storia ed alla nostra cultura, un opera pubblica, come la citata rete di protezione del golf, non ho bisogno di conoscerne le difficoltà di progettazione, le proprietà statiche, l’azione del vento e le normative provinciali e chi più ne ha più ne metta.
Non è necessario che lo faccia, il mio giudizio non cambierebbe di una virgola; non è nemmeno giusto che lo faccia, non mi compete e non mi interessa, mi voglio fermare ad un giudizio sintetico.
Se mi si dimostrasse che non c’erano alternative (cosa che giudico improbabile) e che “per legge” quelle protezioni non potevano essere fatte diversamente, mi scaglierei contro chi quella legge ha pensato ed approvato perché se questi sono i risultati, quella è una legge da cambiare!
Esiste per fortuna il buon senso ed il gusto del bello e del giusto. Non sono per la verità virtù molto seguite ultimamente ma ancora resistono nell’animo dell’uomo.
Basta “contemplare” un bel pilone di cemento, piantato nel mezzo di un prato o di un fiume: guardarlo e poi spostare lo sguardo sul bosco che ne fa da sfondo, riguardarlo ed osservare il verde dell’erba o l’azzurro screziato del cielo, riguardarlo ancora, per sentire subito una repulsione istintiva che ci fa dire senza ombra di dubbio: è brutto! Sbagliato e brutto! Fosse anche il più bello ed utile pilastro di cemento del mondo.
Superando l’argomento specifico, che come tale risulta essere assolutamente relativo, vorrei insistere sulla sensibilità ambientale e culturale poco presente in chi amministra, progetta e modifica in modo indelebile il nostro territorio, ma anche poco presente in tutti noi, che nel territorio viviamo.
Stiamo assistendo negli ultimi anni ad uno stravolgimento della valle che è realmente preoccupante.
Si pensava che passati gli sciagurati anni sessanta-settanta dove per un pugno di lire si è venduto il terreno dei nostri padri e sono spuntati ovunque casermoni, condomini-bunker ad uso specifico di turisti danarosi,;il peggio fosse passato, ma ci si sbagliava. Questi palazzoni utilizzati, nella maggioranza dei casi, per poche settimane all’anno, crescono ancora.
Gli anni novanta si sono caratterizzati per una ripresa dei valori tradizionali e di una sensibilità ecologica che facevano ben sperare per il futuro: almeno salviamo quello che ci è rimasto! Invece oggi sembra essere riscoppiata la mania modernizzatrice che tutto sacrifica, anche la nostra identità, in nome del progresso e di una ricchezza basata su un tipo di  turismo distratto che in realtà è già morto.
Noi Rendeneri stiamo assistendo inerti allo scempio e lasciamo che la “Verde Valle” diventi questo grande luna park falso e vuoto dove i turisti possano arrivare comodamente e velocemente a depurarsi delle scorie accumulate in mesi forzati di città.
È questo che vogliamo?
Abbiamo veramente ormai abdicato alla nostra storia e tradizione?
Non sto negando l’importanza economica del turismo nella nostra valle, intendiamoci, è il modo adottato che non sta in piedi, è il tipo di turismo che vogliamo che è deleterio per l’ambiente. Tutti noi siamo pronti a scandalizzarci quando in un paese esotico, sia Asia o Africa, vediamo come la popolazione si sia lasciata colonizzare dal progresso occidentale ed abbia rinunciato alla propria identità per colpa di uno strano complesso di inferiorità nei confronti della modernità. Ci dispiace vedere i metodi di vita tradizionali essere scalzati dal mito del benessere materiale e ci diciamo: fermatevi, non sapete quello che state perdendo e non sapete quello cui andate incontro. Non vale lo stesso ragionamento da noi?
Perché non riusciamo a capire che noi per primi abbiamo seguito quella strada e che ancora la stiamo seguendo abbagliati dall’avidità e dalla cieca fiducia nei valori progressisti. Ci siamo convinti che l’unico modello di sviluppo valido sia questo. Copiare ciò che è “nuovo” e “moderno “ è diventata ovunque un’ ossessione senza alternative.
Sarebbe ora di guardare un po’ più avanti del proprio naso e di accorgersi di come il mondo potrebbe cambiare se avessimo coscienza di tutto ciò che stiamo perdendo.
Anche da un punto di vista assolutamente economico dovremmo renderci conto che il turismo stia cambiando, domani le false Dysneiland della montagna non saranno più di nessun interesse, preziosi saranno invece i luoghi dove è rimasto vivo, presente e respirabile il senso di appartenenza ad una terra e ad una comunità, una comunità che può accogliere volentieri il visitatore ma che non vende la propria anima per accondiscendere ad in ogni sua esigenza.
Il comune di Caderzone ad esempio in questi ultimi anni si è mosso abbastanza bene in questa direzione ed ha realizzato opere che tendono a recuperare la nostra storia e la nostra cultura ma come non vedere e non denunciare il contrasto estremo tra la bella ristrutturazione di Palazzo Bertelli e l’assurdo ponte stile America che fa bella mostra di se sulla pista ciclabile?
Quello che sto cercando di dire, e che mi piacerebbe fosse oggetto di discussione accalorata ed intensa tra i Rendeneri (ma non solo), è che abbiamo completamente perso (se mai l’abbiamo avuto) il senso della direzione verso la quale stiamo andando, e la nostra valle sta diventando un luogo senza anima, non caratterizzato da una cultura forte, un minestrone paesaggistico dove convivono strutture tradizionali residue accanto a cementificazioni selvagge.
La cosa che dovrebbe preoccuparci di più è che questo minestrone ha radici prevalentemente culturali ed è oramai la nostra cultura stessa ad essere condizionata e confusa, tanto che non riusciamo più ad intravedere un futuro chiaro per noi ed i nostri figli.
Mi sembra che ci sia arresi ad un fatalismo senza prospettive che ci fa dire: tant l’è la stesa roba, no cambia nient, i decide coi da Trent. Non è così, ci sono ancora gli spazi pratici e politici per gestire in modo intelligente e coerente la nostra terra, a patto che si abbia una reale volontà di farlo.
Dipende certo dalle nostre scelte politiche, dagli amministratori che saremo in grado di eleggere nei nostri comuni, ma anche e sopratutto dalle nostre scelte quotidiane, dalle più piccole alle più grandi, da quelle che riguardano solo la nostra persona a quelle che coinvolgono anche gli altri.
Dipende da come costruiremo la nostra casa, dal lavoro che consiglieremo ai nostri figli, dalla nostra attività e da come vorremo investire i nostri risparmi. Dipende da quanto tempo passeremo passivi davanti alla televisione e da quanto invece investiremo nella crescita della nostra cultura, nello studio della storia della nostra terra e della nostra tradizione.
Dipende dalla nostra volontà di rimanere una comunità orgogliosa, fiera delle proprie radici e legata indissolubilmente alla nostra terra.
Se non siamo in grado di sviluppare una politica economica ambientale unitaria e sensata sulla quale si possa costruire il futuro della valle, allora per favore stiamo fermi! Non facciamo nulla! Cerchiamo di salvare quel poco che ci è rimasto in attesa di chiarirci le idee. Sopratutto non permettiamo più le speculazioni che in nome del puro e spicciolo profitto di pochi, gettano colate di asfalto e cemento sulla nostra terra.
 
Nicola Cozzio