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Non balzò in piedi, si limitò ad aprire un occhio, un solo occhio.
“Un ramo spezzato, o un sasso spostato. Sicuramente un animale, ma piccolo, non pericoloso. D'altronde cos’altro potrebbe essere qui, in questa notte, che sposta sassi o spezza rami? Soltanto un piccolo animale.”
Si rigirò nella calda pelle di montone che gli faceva da giaciglio, l’alba era ancora lontana, un buio profondo lo avvolgeva totalmente, salva quella tenue luce rossastra che le braci del suo fuoco ancora emettevano.
“Guarda quella brace Beren” pensò “sta lottando contro nemici potentissimi, il freddo, l’oscurità ma soprattutto il tempo; eppure non cede, dovrà alla fine, ma non ora, non ancora; che senso ha ora il suo resistere? Tutto intorno a lei ha ceduto, non ha speranze, giace fra la cenere e tutto è buio ed immobilità”. Chiuse gli occhi, e la differenza fu minima, “Buona fortuna piccola amica, chissà se al mio risveglio sarai ancora viva, in ogni caso hai vissuto sino in fondo.”
Era convinto di essere un uomo semplice e questi pensieri lo turbavano sempre un po’ “Beren sei un povero pazzo” commentava, a volte anche ad alta voce. Arrivavano spesso di sera, prima di addormentarsi o in piena notte, soprattutto quando era lontano, solo, nel bosco.
Situazione che, per la verità, gli capitava spesso, sempre più spesso.
L’alba arrivò chiara e lo trovò sveglio. Il fuoco cominciò a scoppiettare, aveva dovuto riaccenderlo che la sua piccola amica si era infine arresa. Estrasse da una piccola tasca di cuoio un paio di foglioline: salvia ed alloro, “Salute a te, astro nascente, fuoco dei miei giorni, che tu possa illuminare i miei passi e che io possa benedirti ancora a lungo.” Pose nel fuoco le foglioline che diventarono rosse prima di sparire contorcendosi e diffondendo nell’aria tersa un aroma dolciastro che Beren conosceva oramai da tempo ma che sempre annusava con soddisfazione.
Il fumo azzurrastro che si sprigionò salì verso il sole.
 Si alzò e si diresse al ruscello. Una delle cose che aveva sempre apprezzato di più era l’acqua gelata sul viso, non c’era modo migliore per svegliarsi completamente e per prendere in mano un   nuovo giorno della vita.
“Anche oggi devi percorrerne di strada vecchio mio, e chissà per quanti giorni ancora. Forse non arriverai mai.” Così dicendo raccolse le sue cose e si mise in cammino. “Eppure se hanno scelto te un motivo ci deve pur essere. Maledetto stregone, getta le sue rune sulla cenere e decide i destini degli uomini.” Non v’era sentiero ma a quella quota la vegetazione si diradava e camminava senza grosse difficoltà. “Cosa stai dicendo Beren, i destini di ognuno di noi sono già disegnati nel cielo, Tompar può solo leggerli, nient’altro; lo sai bene.”
Beren aveva una sola certezza: doveva andare ad ovest, dove l’astro lucente andava a riposare; quella era la direzione; per trovare i confini del mondo.
Tempi oscuri si annunciavano, il mondo sembrava aver fretta di cambiare, creature prima mai viste si aggiravano intorno ai villaggi degli uomini, nebbie misteriose avvolgevano ogni cosa all’imbrunire.
Nel villaggio di Beren gli uomini erano preoccupati, le donne sognavano presagi funesti.
Tompar il mago non si vedeva da settimane, quando un mattino subito dopo il solstizio d’inverno, apparve nel bel mezzo del villaggio e disse: “Non possiamo più attendere oltre, i giorni sono compiuti, uno di noi deve partire; chi lo decideremo stanotte.” Beren partecipò alla riunione, mai si sarebbe aspettato di essere il predestinato; non era il più forte né il più coraggioso, non era più nemmeno giovanissimo, chissà perché avevano scelto proprio lui: Beren il cacciatore.
C’era ancora molta neve, la vedeva davanti a lui ed era preoccupato. Conosceva bene la fatica di muoversi nella neve primaverile, dove ogni passo può diventare una trappola e farti sprofondare fino all’inguine; molte volte seguendo volpi o lepri bianche era finito in quelle maledette trappole, e molte volte aveva dovuto rinunciare alla sua preda: “Questa volta hai vinto tu maledetta bestia, non posso certo competere con la leggerezza del tuo passo, ma fra qualche luna c’incontreremo di nuovo.” Questa volta non c’erano prede da inseguire, c’era solo una direzione ed un compito ben preciso: trovare i confini del mondo, spingersi dove nessuno sinora si era spinto, per trovare una soluzione, per conoscere (se possibile) l’origine del male, per capire.
Le rune erano state chiare: era Beren che doveva andare. Tompar disse poche frasi: “Ad occidente, dove il sole riposa troverai risposte. Parti quando la quarta luna sarà intera. Torna, se puoi.”
Questo succedeva già molto tempo fa, già da due lune stava camminando verso occidente, da pochi giorni aveva lasciato le ultime terre conosciute, le ultime certezze, gli ultimi ricordi.
“E cos’altro potevi fare, vecchio mio, rifiutare forse? Chiedere altre informazioni o aiuto a qualcuno ? solo partire, camminare, sperare.”
Cominciava a camminare sulle prime macchie di neve, marcia e scivolosa ma il suo passo era fermo, come sempre; era tranquillo, il suo sguardo scrutava attento nuovi panorami, nuovi alberi, nuovi fiori. Si meravigliò di come tutto gli sembrasse famigliare, sebbene il paesaggio e la vegetazione fossero diversi dai luoghi conosciuti gli pareva di conoscerli. Sapeva se quella piantina mai vista nascondeva una radice buona da mangiare, se quell’erba fosse da evitare perché orticante, se la tal bacca fosse velenosa oppure no. Come se la sua esperienza gli avesse insegnato a conoscere anche lo sconosciuto, a fiutare i pericoli più nascosti.
“Forse non sei così sciocco come credevi vecchio Beren,” stava pensando esaminando una bacca di un colore blu molto invitante, “questa è meglio che non la mangi se vuoi evitarti un bel mal di pancia, d’altronde ora non ne hai bisogno.” Proseguì il cammino a volte arrampicandosi
verso quello che gli sembrava l’unico passaggio possibile per proseguire. Infine, arrivò.
Il sole era già basso sull’orizzonte, davanti a lui tutto era avvolto in una luce giallastra, foreste immense, altre montagne, laghi e fiumi sconosciuti; ebbe l’impressione d’essere piccolissimo, come schiacciato sul fondo dell’immensità. “Che meraviglia” pensò “è infinito.” Poi si girò, lentamente, come se distogliere lo sguardo da quello spettacolo fosse un sacrilegio e, per la prima volta, si guardò indietro. Ciò che vide non fu meno bello: ancora un oceano di verde, e fiumi, e radure laggiù, lontano, forse villaggi, forse il suo villaggio. Gli parve di riconoscere le montagne e i boschi, di individuare sentieri già battuti, poi si accorse che una nebbia scura sembrava offuscare tutto, i colori non erano così brillanti, le acque non così chiare. Gli sembrò di sentire ululare dei lupi, ma era un suono stranamente minaccioso, quasi un ringhio. Un brivido di gelo lo attraversò lungo tutto il corpo. “é ora di cercarsi un riparo, il sole fra poco calerà.”
 Quella sera non si coricò subito, il fuoco, da buon amico qual era, gli scaldava amorevolmente i piedi e le fiamme gli tenevano compagnia, il suo sguardo, pur nella notte, era rivolto ad est, alle terre conosciute, alla sua gente. “Chissà cosa succede al villaggio, l’ombra sta avanzando e se ne sente la presenza.” Già da qualche tempo le cose non andavano più bene, a sentire gli anziani stavano peggiorando oramai da parecchio: la gente cominciava ad essere scortese, le dispute si erano fatte più frequenti, anche all’interno dello stesso villaggio, a volte, ci si guardava con sospetto e rancore, gli uomini si erano fatti meno ospitali, le donne rimanevano più spesso in casa, e poi i bambini, i bambini non ridevano più come un tempo.
Il fuoco si stava spegnendo, si accorse che sentiva freddo. Il buio era totale, alzò gli occhi al cielo, il cuore pesante, stanche le membra. “Stelle del cielo, amiche lontane, ho bisogno anche della vostra luce questa notte; che mi possa ricordare che il fuoco da qualche parte, anche se lontano, brucia sempre, che il buio non potrà mai vincere.”
La salvia e l’alloro avevano appena smesso di diffondere il consueto fumo dolciastro ma il sole questa mattina non si rivelava agl’occhi del cacciatore, una coltre grigiastra lo nascondeva.
Si rimise in cammino, scese verso quel mondo sconosciuto che lo aveva incantato la sera prima, sotto questa nuova luce però non gli sembrava più tanto rassicurante. Il declivio era più dolce, camminava speditamente.
“Chi sei?”
Beren si bloccò, ma non subito, ci mise un certo tempo a capire che quella che aveva sentito era proprio la voce di un uomo. La sorpresa era enorme, tutto si sarebbe aspettato tranne che qualcuno, lì, lo chiamasse. Si girò lentamente nella direzione da cui proveniva la voce e… non vide nulla.
“Forse non mi capisci?”
Questa volta la voce veniva da una direzione leggermente differente, e dall’alto. Il cacciatore ci mise un attimo ad individuare, seduto su di un ramo di un gran frassino, un uomo anziano e sorprendentemente piccolo. Sorrideva e Beren trovò il fatto molto rassicurante.
“Ti capisco e sono Beren, figlio di Todur, vengo da oltre le montagne, da molto lontano. E tu chi sei?”
“Mi chiamano in molti modi e non importa di chi sia figlio. Vengo da qui e da lì, o meglio sono sempre stato qua.”
Mentre ancora stava finendo la frase saltò giù dal ramo e, con un agilità che Beren trovò straordinaria, salì su di una roccia proprio di fronte al cacciatore, così che si trovò alla sua altezza, faccia a faccia.
“E dimmi Beren figlio di Todur, cosa stai cercando?”
Non rispose, cercava una risposta plausibile dentro di sé ma non trovò nulla, certo non gli andava di raccontare a quello stranissimo personaggio il motivo della sua ricerca, benché gli ispirasse fiducia e simpatia. Vi fu un attimo di silenzio imbarazzante, ma solamente per Beren.
“Capisco.” Disse lo strano personaggio dai molti nomi, e proseguì: “Il mondo sta cambiando vecchio mio, succedono cose strane ad est e sono sicuro che uno come te lo sa benissimo. Che cosa fai nella tua vita?”
Lo aveva chiamato vecchio mio, proprio come Beren amava definirsi da solo, strano.
“Caccio gli animali e vivo in armonia con il sole. Vivo nei boschi, di solito.”
“Ringrazi gli animali e le piante che ti danno la vita con la loro morte?”
“Sempre lo ho fatto. Anche se, negli ultimi tempi, questo costume diventa sempre più raro tra gli uomini.”
“Saresti disposto a rinunciare alla tua vita per salvare quella di un altro essere vivente?”
“Non so, credo di non essermi mai trovato in questa situazione. La vita è un gran dono.”
“Anche la morte lo è.”
“Parli in modo strano, vecchio, ma saggiamente. Non so chi tu sia ma ora devo andare, devo ancora molto camminare, la mia missione non è conclusa e chissà quando e se si concluderà mai.”
“Forse la soluzione non è così lontana come pensi, anzi, a dire il vero essa è sempre stata al tuo fianco. Ma ora vai pure Beren figlio di Todur, ci rincontreremo presto, forse mi riconoscerai.”
Detto questo saltò giù dalla roccia e sparì nel bosco prima che Beren abbia avuto il tempo di dire alcunché. Beren riprese il viaggio, pensava, e camminava. Il sole era già alto, non v’erano nubi in cielo.
Nel pomeriggio cacciò, ringraziò la lepre per il suo sacrificio e mangiò. Poi si cercò un posto per passare la notte. Mentre costruiva con verdi frasche il suo giaciglio, un improvviso rumore lo bloccò. Era un rumore forte, un animale certo molto grosso, estrasse il pugnale ed attese.
Non dovette aspettare molto, un enorme orso bruno si portò proprio davanti a lui.
Beren non aveva mai visto niente di simile, ed ebbe paura.
L’orso non aveva mai visto un uomo, ed ebbe paura. Lo scontro fu inevitabile.
Nella lotta i loro occhi s’incrociarono, Beren vi scorse la selvaggia fierezza della bestia, ma anche la paura di un nemico sconosciuto. In un attimo ricordò le parole dello strano folletto. Le capì, il suo pugnale gli scivolò dalle mani, non lottò più e fra le grinfie dell’orso inconsapevole, lui cosciente morì.
Nello stesso istante Gompar al villaggio ebbe una visione: un branco di lupi fuggiva innanzi ad una bestia enorme, con zanne ed artigli, sulla sua schiena una luce potente, in forma umana.
Il mattino successivo fu il primo, dopo molti anni, senza nebbie, senza l’ululare dei lupi. Gli abitanti del villaggio non seppero mai perché ma ripresero a ringraziare piante ed animali per la loro vita, ed ad offrire al sole profumi e pensieri.