La Voce delle Radici Stampa E-mail

 
la voce delle radici - copertina  La voce delle radici

Prezzo 10 Euro

Anno 2006, Pagg. 112

Ed. Curcu & Genovese










Un albero che si racconta, un uomo che parla alle piante. Più che una storia, questo libro racconta una filosofia di vita, una saggezza conquistata sul senso del vivere, sul rapporto con la natura e sull’accettazione della morte. Una storia che si svolge tra ricordi e riflessioni portando il lettore in un’atmosfera magica dove non faticherà ad incontrare le fate e gli gnomi della sua fanciullezza.

Disegni originali di Paolo Dalponte


Alcuni brani tratti dal libro

La primavera, arrivata all’improvviso, ha di nuovo scaldato il cuore del mondo. Si tratta sempre di un momento emozionante sentire i primi raggi tiepidi scaldare le punte degli aghi.
Sono emozioni forti per un albero, come quando si avverte finalmente il terreno duro attorno al tronco cedere al calore e liberarsi dalla morsa del gelo. Allora le radici più superficiali di nuovo si sentono libere e possono riprendere la loro corsa, lenta ma inarrestabile, attraverso la madre terra.
La mia fu quella che nel mondo degli uomini sarebbe stata considerata un infanzia difficile. Sono nato e cresciuto in un posto aspro e pieno di insidie. Quanti compagni non riuscirono a crescere, trasformandosi in cibo per giovani caprioli o restarono congelati nei lunghi mesi invernali, o ancora morirono calpestati da disattenti (sarebbe meglio dire noncuranti) scarponi di gomma puzzolente.
A questo proposito è meglio chiarire subito il nostro rapporto, molto conflittuale, con gli uomini.
Non solo noi alberi temiamo gli uomini per i loro pericolosi e puzzolenti scarponi distratti ma ancor di più per un altro terribile destino che potrebbero riservarci.
Ci raccontavano infatti i nostri compagni più alti e vecchi, quelli che svettando sopra gli altri potevano guardare giù verso il fondo della valle, che da lì si potevano a volte vedere ed udire tragedie tremende, inimmaginabili per noi e per il nostro modo di vivere.
Pareva che alcuni tra questi uomini, i temibili “cacciatori di alberi”, si aggirassero fra di noi armati con acciai risplendenti. Si diceva poi che, scegliendo fra noi quelli più forti e più belli, con gran baccano tagliassero rapidamente i nostri fratelli alla radice. Si raccontava del fragore con cui gli alberi cadessero al suolo, spesso travolgendo altri giovani virgulti inconsapevoli ed innocenti.
Di questi nostri fratelli nessuno sapeva più nulla.
Quale destino li aspettasse non era per noi immaginabile. Di certo si sa solamente che venivano mutilati dei rami e quindi trascinati via, verso l’ignoto.
Quella separazione violenta dalle nostre radici la chiamavamo morte e tanto ci bastava.
Oltre a questa, gli anziani ci raccontavano altre fiabe tremende e pareva che lo facessero con un certo sottile piacere nel spaventare le nostre giovani menti fantasiose.
In seguito seppi che l’abitudine di raccontare storie spaventose ai più piccoli è comune anche fra voi umani e benché possano, a volte, provocare traumi gravi nella mente di un piccino, se raccontate nel modo e nel momento giusto possono diventare utilissime al suo sviluppo etico e psichico.
Bisogna anche aggiungere che in esse vi è sempre una verità, a volte ben celata, la quale si tramanda in questo modo di generazione in generazione per perpetuarsi immutata nel tempo. Questo è probabilmente l’aspetto più prezioso delle fiabe e delle leggende, sia umane che vegetali...

...Si tolse lo zaino, si sedette e mi guardò.
La situazione era piuttosto buffa e per me assolutamente nuova perché lui non mi guardava distrattamente, anzi mi fissava con attenzione, dalle radici alla cima. Io, alquanto stupito, fissavo lui dalla punta degli scarponi sino alla testa rasata.
Io lo vedevo guardarmi e per un attimo ebbi l’impressione che anche lui mi vedesse guardarlo, ma dato che si trattava di un uomo, pensavo, non poteva certo essere così.
Dopo un certo periodo, con lentezza aprì lo zaino e… improvvisamente realizzai: un abbattitore di alberi !
Un fremito mi scosse fino alla punta dei rami più alti.
–Proprio come nei racconti degli alberi anziani e degli gnomi.– Pensai. Un temibile abbattitore di alberi, quelli dell’acciaio lucente che in poco tempo facevano sparire i nostri fratelli del bosco basso. Cosa ci faceva quassù? E perché si era fermato davanti a me? Ed adesso?
Il terrore si impadronì delle mie fibre legnose.
Non feci in tempo a pensare tutte le domande che mi stavano rimbalzando nella linfa (nel cervello), che già era tutto finito.
Non era un acciaio risplendente che usciva lentamente dallo zaino ma un piccolo ed apparentemente innocuo oggettino di legno ed un pacchettino misterioso.
Le mie fronde smisero di tremare, non sapevo esattamente cosa stesse maneggiando l uomo che avevo di fronte ma non sembrava pericoloso. Ebbi fiducia poichè lo sguardo dolce di quell’uomo non poteva appartenere ad un terribile abbattitore di alberi.
Risi della mia paura ed ancora una volta riflettei su quanto i racconti degli anziani possano riemergere prepotenti ed influenzare le nostre scelte. –Potere della suggestione applicato a giovani menti.– Pensai.
Mi feci curioso. Curioso come non lo ero mai stato nei confronti di un uomo.
Osservai.
L’oggetto sembrava una pigna con un rametto attaccato, l’uomo la stringeva dolcemente, con fare amoroso ed esperto. Dal sacchetto misterioso estrasse una specie di muschio brunito, tenendolo fra il pollice e l’indice. Lo infilò nella pigna, prese il rametto con la bocca e si fermò, di nuovo, a guardarmi.
Ebbi l’impressione che mi volesse dire qualcosa ma non apriva bocca, sembrava curioso di me almeno quanto io lo ero di lui.
Ci fissammo.
Improvvisamente ma sempre con gesti molto calmi si mise una mano in tasca, smise di fissarmi ed estrasse una scatolina di fiammiferi.
Quella la conoscevo bene. Era uno degli oggetti umani che noi piante temevamo di più: –i bastoncini che scatenano il fuoco.– Fiamma che nasce dal nulla, come il fulmine, ma molto più discretamente.
Ne avevamo terrore, naturalmente. Siamo molto vulnerabili al fuoco e totalmente incapaci di difenderci. Anche una fiammella così piccola ci spaventa.
In quel momento però io non lo fui, quell’uomo continuava ad infondermi fiducia.
Accese il fiammifero, lo protesse dal vento col palmo della mano e lo avvicinò alla pigna che, appesa al rametto, penzolava dalla sua bocca. Aspirò una, due, tre volte.
Nuvole di fumo azzurrino uscirono dalla bocca dell’uomo.
Così scoprii l’oggetto chiamato pipa.
Avevo gia visto ed annusato quei bastoncini di carta chiamati sigarette, o “cicche”, o “paie”, e non mi avevano assolutamente fatto una buona impressione. Puzzavano; ed inoltre, dal mio punto di vista, erano assolutamente pericolosi, soprattutto se gettati a terra.
Questa storia della pipa era diversa. Intanto l’odore che produceva, benché fosse fumo, era piacevolmente aromatico, poi mi sembrava più innocua delle “paie”. Sicuramente era più bella, quasi un oggetto naturale, sembrava persino elegante.
L’uomo se ne stette lì fermo a fumare la sua pipa guardandosi attorno come se non ci fossi ma ad un certo punto tornò a fissarmi e si alzò.
Mi venne vicino, mi girò intorno, mi accarezzò. Poi, guardando verso la mia cima, attraverso i rami, mi disse:– Sei una bella bestia, ma forse è meglio che resti qui ancora per un po’, invecchia tranquillo.–
Mai nessun Uomo mi aveva parlato.
Non compresi.
Non risposi.
Velocemente ma senza fretta, così come era venuto, l’uomo se ne andò.
Per i prossimi giorni avevo di cui riflettere...

...Spesso, osservando il gradevole fluire delle acque o ascoltandone il dolce suono, considero che la vita di un uomo è proprio come quella di un fiume.
Le similitudini sono tante.
Nasciamo piccoli e limpidissimi, sgorghiamo dal buio, incontaminati ed incondizionati, lontani da qualsiasi influenza esterna.
Siamo il frutto di tanti rigagnoli sotterranei e sconosciuti. Per misteriosa causa veniamo alla luce ma il nostro destino è ben segnato. Scendere fino in fondo è la sorte del fiume, salire sino alle vette più alte quella dell’uomo.
Non potrebbe mai il fiume ribellarsi e cominciare a salire a ritroso verso la sorgente.
Non dovrebbe mai l’uomo dimenticarsi di sé e non tentare la salita alle vette del suo spirito.
Lungo il loro cammino sia l’uomo che il fiume crescono in volume ed in potenza. Accolgono affluenti ed influenze esterne e le fanno proprie, ne assorbono l’energia necessaria per continuare il cammino.
Queste acque nuove e sconosciute possono alterare il fiume, ne possono modificare il colore o il fondale ma, in ogni caso, contribuiscono alla sua crescita in modo sostanziale. Il fiume senza di loro non avrebbe mai la forza di seguire il proprio destino sino al mare.
Gli incontri imprevisti, le persone diverse che entrano nella vita di un uomo non sempre sembrano importanti, tanto che a volte nemmeno ce ne accorgiamo. Sono invece influenze determinanti, continuamente formano il nostro carattere e ci portano a scegliere strade differenti, dalla prima infanzia sino alla morte.
Il fiume deve continuamente scegliere la sua strada fra le infinite possibilità. Sovente trova ostacoli imprevisti. Può aggirarli dolcemente come solo l’acqua sa fare o modificare completamente il suo corso, scegliendo strade più sgombre, o ancora decidere di eroderli con tenacia e pazienza per proseguire diritto verso la meta.
Anche l’uomo deve trovare la sua strada. Continuamente deve scegliere fra ciò che lo porterà in basso e ciò che, invece, lo farà salire verso il compimento della sua vita, con tenacia e con pazienza. A volte gli risulta estremamente difficoltoso decidere cosa lo eleverà e cosa lo corromperà.
Spesso non ci accorgiamo nemmeno di scegliere, altre volte crediamo di scegliere mentre siamo scelti, molto spesso ci rifiutiamo di farlo. Alcune volte, invece, scegliamo deliberatamente ciò che ci sarà nocivo.
Gli uomini sono decisamente più complicati dei fiumi.
Il fiume passa spesso brutti periodi, a volte poca acqua scorre nel suo letto e lui sembra sparire nella profondità della terra.
Ogni uomo conosce questi momenti. Sono attimi dove tutto sembra volerti schiacciare, quando le energie sembrano abbandonarti. In quel preciso istante anche l’uomo vorrebbe, come il fiume, scomparire nel sottosuolo e smettere per sempre di scorrere su questa terra così inospitale.
Sono sicuro che almeno una volta nella vita ogni uomo ha voluto morire e ridiventare terra, per dolore o per disperazione ed a volte solo per pura curiosità.
Poi esistono le piene, dove la forza del fiume è inarrestabile, dove tutto viene sconvolto, le sponde, gli argini ed il fondo del letto. Spesso persino il corso stesso devia e nascono nuove direzioni da seguire.
In quelle occasioni il fiume sa di essere potente e si vendica di chi ha voluto imbrigliarlo per costringerlo ad un corso e ad una velocità che non sono le sue.
Con incredibile volontà si riprende la sua vita, e la porta dove deve portarla.
E l’uomo? Non conosce forse anche lui momenti di ineguagliabile volontà di potenza?
A volte siamo capaci di atti che trascendono le nostre possibilità.
Rompiamo gli argini della nostra paura e della nostra limitatezza. Tracimiamo e nulla ci può fermare. Non conosciamo più né avversità né ostacoli, siano essi umani o di altra natura.
Anche per noi quelli sono istanti decisivi in cui la nostra vita prende pieghe che non aspettavamo.
Tutta la vita dell’uomo è simile allo scorrere di un fiume.
Il fiume, come l’uomo, scorre dapprima timido come piccolo rigagnolo, diventa limpido ruscello montano, poi si gonfia e, nella sua esuberante giovinezza, scavalca con fragore ripidi pendii, salta nelle cascate e corre nelle rapide.
Come un ventenne innamorato non si cura delle altezze né tanto meno delle profondità. Solo la sua amata vita conta e spensierato si precipita, incurante della velocità, verso la tanto attesa meta.
L’uomo come il fiume, passata l’irruenza della gioventù travolgente, si placa. Col tempo, dopo aver percorso tanta strada, diventa più saggio. Passati gli anni delle gorgoglianti cascate e delle barricate da superare di slancio, non avverte più il bisogno di agitarsi molto.
Si impara con il tempo ad agire anziché agitarsi e la differenza è notevolissima. Agendo in modo consapevole lo sforzo diventa minimo, quasi impercettibile, ed il risultato sempre più grande.
Il fiume ora scorre lento ma, nella sua calma maestosità, non lo si può più fermare. Allo stesso modo l’uomo saggio non ha più bisogno di urla e grandi gesti per affermarsi. La sua parola pacata e ponderata basta a togliere ogni dubbio.
Il fiume e l’uomo, dopo molto scorrere, rallentano nella tranquilla pianura ed attendono con serenità l’avvicinarsi del mare ove si potranno perdere. Con dolcezza accolgono il sapore salato di quella morte inesorabile. Lo fanno serenamente, con la certezza di ridiventare, un giorno, di nuovo sorgente e ruscello. Affinché tutto possa ricominciare.
Un’altra corsa, un’altra vita come sempre e per sempre...