Pensiero

Uomini

Siamo nuvole leggere,
sbuffi di Dio.

Ognuno vive la propria vita come vuole ed ha il diritto ma anche il dovere di gestire la propria vita nel modo che crede più giusto per sé, senza dimenticare però che esiste per ognuno di noi anche un destino e di conseguenza nessuno può scegliersi la vita che vorrebbe.
È questo diritto/dovere che determina la misura della nostra libertà e di quella di tutti gli altri. Esercitare la propria libertà non è un semplice diritto, piuttosto si tratta di un autentico dovere verso il mondo e verso se stessi.
Libertà forse non è, come comunemente si crede, il poter fare tutto ciò che si vuole fare, piuttosto è poter fare tutto ciò che si deve fare, perché il significato stesso della libertà è legato al principio della responsabilità e della coscienza. Solo conoscendo se stessi ed il proprio ruolo nel mondo si può sperare di raggiungere una condizione libera dove non vi siano più ostacoli alla realizzazione di sé.
Libertà è dunque seguire il proprio destino.

Per me, occidentale (per nascita) dell’epoca moderna, ogni montagna è sacra. Ogni spinta della terra verso l’alto rappresenta simbolicamente un’ ascesi, un tentativo della materia di farsi spirito. Ogni salita è un ponte teso verso l’alto, un ponte che in qualche modo, prima o poi, tutti devono percorrere.
Ogni montagna merita un pellegrinaggio ed è solo con questo spirito “pellegrino” che l’alpinista si può considerare tale, il resto è solo sport, cronaca di atleti e di sfide, coraggiose forse, ma sterili se ancorate solamente alla dimensione materiale.

Perché faccio sculture? Per caso.
In effetti potrei dipingere, comporre musica o fare il pasticcere, è solo il caso delle condizioni in cui ci si trova a nascere e a vivere che determinare la scelta di una “via” piuttosto di un altra.
La ricerca artistica è un bisogno di ognuno di noi, possiamo coltivarlo, reprimerlo, nemmeno riconoscerlo, ma esiste. Se poi decidiamo di coltivarlo, è solo la vita che stabilisce il modo.

Quando lo sguardo si apre a trecentosessanta gradi sul cielo infinito e l’orizzonte appare lontano, profondo, perso nelle foschie del fondovalle, viene naturale sentirsi lontano dal mondo e da tutte le sue bassezze.
Pur essendo fisicamente lontani, ci si sente partecipi come non mai della natura del mondo e dell’umano destino, come il Sovrano o come l’Asceta di un tempo passato.
Si può entrare nella condizione del distacco mondano e nello stesso tempo della consapevolezza dell’infinito, condizioni favorevoli se non necessarie all’introspezione ed all’ascesi.
Quando la purezza dell’aria ti riempie i polmoni e l’azzurro del cielo gli occhi, la contemplazione diviene naturale, spontanea perché nata dall’azione e solo dall’azione può e deve prender vita.
Per quel che mi riguarda, solo in questo stato di contemplazione attiva mi sento inserito nel grande disegno divino, riesco, o mi illudo di riuscire, a spogliarmi completamente delle maschere consuete e comincio a cercare il senso essenziale della mia vita.

Il silenzio che si può udire in montagna è una sinfonia profonda. Non è, come saremmo portati a credere, un’ assenza totale di suoni ma piuttosto una sostituzione del rumore con un’ armonia celeste. In ambiente urbano non c’è silenzio, anche quando ci pare di non udire nulla in realtà ogni cosa intorno emette brusio, i muri delle case, le auto parcheggiate, tutto. Anche chiusi in casa è difficile ascoltare il silenzio, ci possiamo illudere ma il rumore degli oggetti che ci circondano, se ascoltato con attenzione, esiste, eccome. I suoni silenziosi della montagna invece sono armonici.
Il silenzio di cui sto parlando è formato da mille voci intonate e talmente integrate fra loro che, compensandosi, arrivano a suonare una melodia silente che incanta. Il brusio dell’erba, lo sciogliersi lento della neve, il passaggio di una nuvola, il crescere degli alberi non li sentiamo letteralmente con il senso dell’udito ma li possiamo percepire con tutti i nostri sensi all’unisono ed è un canto lieve e sempre differente.

Io penso che la cima in ogni caso sia il punto d’unione tra il mondo materiale e quello dello Spirito. In questo luogo la dimensione del Sacro si fa più viva e presente quindi è del tutto naturale la volontà degli uomini di segnare con un proprio segno tangibile la sacralità del luogo. Così è in tutte le culture: da sempre ogni luogo sacro, sia esso cima o fonte o bosco, veniva reso riconoscibile con l’intervento dell’uomo in segno di rispetto ed inviolabilità. Lì sono nati templi ed altari.

Il grande poeta William Blake diceva che quando gli uomini e le montagne si incontrano, succedono sempre grandi cose. È una verità sacrosanta, ammesso che riusciamo a scrollarci di dosso ogni pregiudizio materialista ed ogni teoria scientifica; allora riusciremo a cogliere nel profondo il senso dell’esistenza nostra e del mondo, riusciremo ad ascoltare il silenzio ed abbracciare un albero.

Devo avvisarvi che coltivo un rapporto particolare con gli alberi e fra tutti il Larice ed il Cembro sono di gran lunga i miei preferiti. L’uno è, nel mio immaginario, un austero patriarca che ama starsene in alto, spesso in solitudine, a sfidare il tempo e le intemperie: duro, rosso, contorto ed impassibile, fra le pieghe incredibili della sua corteccia si può leggere una saggezza eterna ed assoluta.
L’altro, il Pino Cembro detto anche Cirmolo, è un albero generoso ma pigro, cresce molto lentamente ed in modo estremamente elegante.

Andare per monti, vivere, meditare, scrivere o scolpire è un tutt’uno, fa parte tutto dello stesso gioco, sta a noi giocare con allegria e concentrazione, senza pensare ad alcuna vittoria probabile o sconfitta temibile, senza obiettivi se non la consapevolezza del presente.
Sereni e sempre, come dice lo Zen, senza alcun artificio ma nel modo più naturale possibile.